Lo Zimbabwe si prepara alle sue prime elezioni dopo la caduta del regime di Robert Mugabe, costretto a lasciare il potere nel novembre scorso, dopo vari decenni di dominio incontrastato a livello politico ed economico. Quelle del prossimo 30 luglio saranno elezioni generali, per designare il nuovo presidente e per rinnovare le assemblee rappresentative a livello locale e nazionale. Emmerson Mnangagwa, che è succeduto a Mugabe, promette che, a differenza delle precedenti, saranno veramente “free and fair”,  libere e giuste.

Sono intervenuti anche i leaders religiosi, che riuniti nel Zimbabwe Heads of Christian Denominations (ZHOCD), hanno ribadito l’impegno di tutte le Chiese del Paese nel processo di pace, attraverso iniziative di dialogo, mediazione, e riconciliazione. In Zimbabwe le elezioni si sono sempre svolte in un contesto di violenza. Per questo Mons. Rudolf Nyandoro, Vescovo cattolico di Gokwe e Presidente di “Giustizia e Pace”, ha messo in guardia i politici dal pronunciare dichiarazioni dispregiative, discorsi che incitano all’odio, e slogan che dividono le persone e portano alla violenza o allo spargimento di sangue.

Gli elettori si aspettano dai nuovi governanti soprattutto un rilancio dell’economia del paese, che era tra i più prosperi dell’Africa, e che Mugabe ha portato sull’orlo del fallimento.

Il governo in questi mesi ha cercato di mettere in pratica il suo slogan “Zimbabwe country open for business”, aperto agli affari. Ma il peso del recente passato è una zavorra ancora difficile da rimuovere. In queste settimane, ad esempio, c’è nel paese una drammatica penuria di denaro liquido, e il ministro dell’economia ha dovuto limitare il prelievo di contanti dalle banche a non più di 50 dollari a settimana.

A Harare sono ritornate agli angoli delle strade le donne cambiavalute. I clienti, per mezzo del cellulare, fanno un versamento in valuta straniera (dollari americani o rand sudafricani) sul conto della cambiavalute, e questa tira fuori dal suo sacco un pacchetto di sospirati dollari zimbabwani. “Negli esercizi commerciali è sempre più difficile fare acquisti con bancomat, carta di credito, cellulare. Soprattutto nei magazzini cinesi si accettano solo le banconote”, dice una loro.

Per ridurre l’inflazione, che era la più alta del mondo, il governo obbliga imprese e cittadini a fare pagamenti con la moneta elettronica. Ma la gente si lamenta delle alte commissioni praticate dagli istituti di credito. “Io guadagno 300 dollari, che mi sono versati sul mio conto in banca. Ma ogni volta che voglio usare questi soldi devo pagare. Alla fine del mese le spese rappresentano un terzo di ciò che ho guadagnato!” si lamenta Erik.

Il 90% dei zimbabwani deve dunque ricorrere al mercato parallelo, dove non si pagano commissioni, ma di deve possedere la valuta reale. Molti cittadini, presi alla disperazione, si sono lasciati illudere dai bitcoin, al punto che il governo è dovuto intervenire per porre un freno, preoccupato dall’emorragia di dollari assorbiti dalle cripto-valute, la cui forte oscillazione è un fattore di instabilità monetaria per tutto il paese.

Per soddisfare la sua fame di risorse, il governo rilancia il settore minerario. Da una parte cerca, con poco successo si deve dire, di recuperare quanto è stato rubato dai militari e politici corrotti. Anche Mugabe era stato convocato a più riprese davanti al Parlamento, per rendere conto di certe sue affermazioni, secondo le quali 15 miliardi di dollari di proventi della vendita di diamanti sarebbero spariti dalle casse dello stato. Ma non si è mai presentato, e ora i deputati hanno rinunciato ad ascoltarlo. C’è un’omertà profonda a livello del partito al potere in questi anni, lo Zanu-Pf, che affossa ogni tentativo per fare chiarezza sulle operazioni finanziarie che circondano i diamanti zimbabwani.

Dall’altra parte il governo firma nuovi contratti con le multinazionali del settore minerario. Karo Resources, società con sede nel paradiso fiscale di Cipro, si è aggiudicata la concessione per lo sfruttamento dei giacimenti di platino nella regione Mhondoro-Ngezi, ad ovest di Harare. L’inizio dei lavori è previsto per il prossimo luglio, e i primi proventi dovrebbero arrivare nel 2020.

La produzione annua annunciata è di 1,4 milioni di tonnellate di materiale grezzo, da cui si spera di estrarre il pregiato metallo bianco in percentuali di rilievo. La Karo Resources produrrà anche del carbone, da utilizzare in una vicina centrale elettrica. I nuovi posti di lavoro promessi sono 15.000.

 

Tra le altre misure economiche ce n’è una rivolta ai farmers bianchi, molti di quali erano stati espropriati da Mugabe, precipitando sul lastrico l’agricoltura del paese. Il governo ha organizzato un bando per la concessione di diverse proprietà terriere statali, promettendo dei contratti di sfruttamento agricolo di 99 anni.

A cura di p. Marco Prada

Foto: icslatam.com;